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lunedì 8 maggio 2017

Il mondo oltre la porta

Apro gli occhi, sono coricato in un lettino che non è il mio,una stanza che non conosco, aspetto. Non c'è niente, nessuno.
Mi alzo, mi avvicino alla porta, ma non riesco ad uscire, non posso; è come se mi affacciassi dal finestrino di un treno, vedo scorrere la vita, come se fosse un mondo parallelo, ma è una vita che non è la mia, che non mi appartiene, torno a letto, aspetto.
E' passato qualche giorno e sono sempre li, in quella stanza non mia. Con timore, ho provato ancora a varcare la soglia di quella porta, ma ogni volta ho tanta paura, allora resto li, a guardare, attratto da quei luoghi, ho voglia di uscire, andare oltre; altri uomini, altre donne, altre vite, poi vince la paura e decido di restare dentro, nel mio lettino, ad aspettare il lento scorrere del tempo: tic tac, tic tac.
La mia stanza non è vuota, ha una sua vita, è come un palcoscenico in cui si succedono tanti personaggi, : Una donna molto piccola, vestita di verde, con uno straccio in mano si muove in continuazione e pulisce tutto ciò che incontra, ti passa davanti uno, due, dieci volte e non si ferma mai; un uomo, tutto vestito di bianco, con una grossa siringa in mano, mi guarda e sorride, i suoi occhi sembrano dire, no, non aver paura, non ti farò del male; c'è un uomo, è tondo tondo come una palla e non cammina, rotola per la stanza, e quando ti passa davanti ti fa un sorriso educatamente ti chiede permesso e continua a rotolare per tutta la stanza. Di fronte a me un vecchietto, nudo, piange, grida e si dispera, chiede aiuto, non ne trova, vorrei essere io ad aiutarlo, ma mi manca la forza e continuo a rimanere nel mio letto, resto lì, impotente, ad osservarlo, improvvisamente appare un uomo vestito di blu, coperto da un camice bianco, indossa guanti di gomma, ha una parola buona per tutti, cerca di consolare chi ha bisogno, ma dopo qualche minuto scompare da quella porta. Forse sono andato a finire, non so come, in una stanza dell'Alice nel paese delle meraviglie dove tutti vivono fuori dalle regole e ognuno fa quello che vuole, salvo poi soccombere ai voleri della Regina cattiva.
Il mio lettino è tutto bianco, con coperte e lenzuola bianche, anch'io sono vestito di bianco,  con un pigiama bianco, il materasso sembra fatto di nuvole, e ci galleggio sopra; mi dico che è tutto un sogno, ma non riesco a svegliarmi, voglio uscire da quella porta, mi avvicino, non è più il finestrino di un treno, è diventato l'oblò di un aeroplano, siamo ad alta quota, voliamo sopra le nuvole, sembrano una distesa infinita di panna montata,  il sole all'orizzonte è molto basso, sembra quasi poggiare sulle nuvole, non comprendo se stia salendo o scendendo: E' l'alba o il tramonto? Voglio varcare la soglia di quella porta, qualcosa mi dice che non cadrò giù, alla fine guardo il mio lettino, se mi distendo e riesco ad addormentarmi forse riesco ad uscire da questa stanza.

Apro gli occhi, mi sento leggero, molto leggero, tutto è silenzio, mi avvicino a quella porta, tutto è cambiato, c'è un giardino bellissimo, scorgo un aquilone volare, ha una coda lunga lunga, lo osservo meglio, alla coda vi è legato un sedile bellissimo come quello di un altalena, è pieno di fiori, ora mi sta passando davanti, trovo il coraggio, salto sul sedile e volo via!

© Roberto Ardizzone

mercoledì 3 maggio 2017

Marijuana

Anziano, benestante, Giovanni viveva da solo, unica compagnia un grosso pappagallo sudamericano.
Il pappagallo amava molto nutrirsi di semi di cannabis, Lui riusciva a procurarseli anche se con relativa difficoltà.
        Giovanni fu autore assieme a tanti altri compaesani, con il passeggio pomeridiano di tutti i giorni, a scavare un solco lungo tutto il marciapiedi del corso, parlando di politica, di sport, e di donne naturalmente. Qualche volta passeggiavamo pure insieme; mi piaceva chiacchierare con lui, sapeva tutto di tutti, era un po' la memoria storica del paese.
        Un giorno il pappagallo morì, Giovanni mise tutta la roba del pappagallo in un sacco, ficcò i semi di cannabis rimasti in una tasca della giacca, e uscì per buttare via tutto.
        Passarono giorni, settimane, era una giornata di sole di un inverno gelido quando, passeggiando per il corso, infilando una mano in una tasca della giacca, di quella giacca, si accorse che i semi di  marijuana erano rimasti li, come in attesa di qualcosa; con un gesto quasi meccanico ne prese un po' e li gettò sotto un alberello e poi un altro po' sotto un altro albero, e poi ancora, sino a svuotare la tasca.
        Così arrivò la primavera quando sotto alcuni alberelli del corso spuntarono delle piantine molto belle..... dicono che qualcuno,  le riconobbe quando già erano alte almeno una trentina di centimetri, e le fece sparire senza troppo rumore.

        Giovanni non è più tra noi, questo è uno dei tanti ricordi che mi ha lasciato!

© Roberto Ardizzone

domenica 23 aprile 2017

Migranti o invasori? Oggi Sposi!



         Oggi Sposi. Così hanno scritto gli amici nel cartello che mi hanno appeso in macchina. Che palle!
Non capisco cosa ci sia di divertente in un matrimonio. Eh certo,  poter dire la ragazza che ha sposato il mio amico Giorgio è della Guinea Bissau, ha la pelle nerissima, e io c'ero! Come se fosse un merito; come aver vinto una medaglia alle olimpiadi. Ipocriti!
Poi tutte le battute stupide, come: "Che bella abbronzatura che hai!" oppure le domande: " che lingua parlate nel tuo paese, come ti trovi in Italia, soffri il freddo? Sei musulmana? Come devo dirvelo!  La mia famiglia vive in Italia da due generazioni, io la Guinea Bissau non l'ho mai vista neanche in cartolina, io sono italiana! Palermitana sugnu!
Glielo dicevo, lo pregavo: Giorgio stiamo insieme, conviviamo, a me del matrimonio non me ne importa niente! Ma lui, dai, i miei ci tengono, poi sai, i diritti civili non si sa mai, e tutte le altre menate. Va bene, mi arrendo per sfiancamento, facciamolo questo matrimonio,  però rito civile punto!
Abbiamo fatto una cena pantagruelica in un posto dove abbiamo speso una cifra esagerata. Stiamo per finire...

        Adesso sono tutte schierate alle mie spalle, amiche e pseudo tali. Le ochette sono tutte pronte ad agguantare il mio bouquet che sto per lanciare alla cieca verso di loro. "Chi lo prende si sposa entro l'anno" qualcuno ha gridato.
        Avete scherzato sul colore della mia pelle e sulla mia etnia,  avete fatto tutte le battutacce per dimostrare per forza e a modo vostro di non essere razziste, adesso basta, ora tocca a me, sto per assaporare la mia piccola vendetta, lancerò il bouquet gridando con tutta la voce che ho in gola:
 "ALLAH'U  AKBAR"
voglio proprio vedere,  se vi lancerete per afferrare i fiori o fuggirete via terrorizzate!

© Roberto Ardizzone

mercoledì 19 aprile 2017

Lo Sgombro

       Tutto cominciò con quello sgombro che mi guardava con un occhio vivissimo e mi diceva: Mi sono sacrificato per te, comprami e mangiami, sai che, oltre che soddisfare il tuo palato, distruggerò anche il tuo colesterolo, non potei fare a meno di acquistarlo!
       Lo portai a casa contentissimo; deliscato, panato con olio, mollica e menta tritata, e subito dentro il forno!

       Lo sgombro, lo si vede anche dalla sua espressione mai sorridente, è un pesce molto serio ed espleta i suoi compiti che la natura gli ha affidato in modo molto professionale, per cui mai avrei pensato ad un suo subdolo tradimento, che avrei scoperto, ahimè, in grave ritardo, e appena sfornato cominciai a mangiarlo...
       Solletico alla gola, un improvvisa quanto improvvida puntura, la sento nella gola, una spina, una maledetta spina. Del pane, datemi del pane, la mollica poco masticata, dicono, passando dalla gola cattura le spine e se le porta via, macché, ho inghiottito un intero panino ma la spina malefica è lì e non si muove se non per pungermi e farmi male! Maledetto sgombro, non è così che mi convincerai a diventare vegano!
       Vado alla guardia medica: "Mi dispiace signore, ma non posso aiutarla, non sono attrezzato per questo, vada in un Pronto Soccorso, ha bisogno di un Otorinolaringoiatra". Un Otorinoché?
       Mi reco nel primo Pronto Soccorso: "Non abbiamo servizio Otorinocomediavolosichiama, si rechi in altra struttura".
       Arrivo al secondo Pronto Soccorso, mi spediscono subito nell'ambulatorio dell'Otorinocomediavolosichiama dove in due mi soccorrono, mi infilano un tubicino con telecamerina dentro una narice, inquadrano la spina, eccola la maledetta: "Adesso le introduciamo nell'altra narice una sonda un po' più grossa con una pinzetta e la tiriamo subito fuori"; per un momento temo che proveranno ad infilarmi una terza sonda per chissà quali meandri, guardo quasi terrorizzato, mentre preparano la sonda con la pinza, mi sembra di dimensioni mostruose, ma... "mi dispiace è guasta"! Adesso la mandiamo subito in altra struttura attrezzata.
Ma almeno toglietemi quel tubo che vi siete dimenticati nel mio naso! Lo tolgono, vado via!
       L'Odissea continua, "Maledetto sgombro non mi convertirai al veganesimo"!
       Arrivo nel terzo Pronto Soccorso, stranamente deserto, mi spediscono subito  dall'Otorinocomediavolosichiama, dove mi trovo davanti un medico piuttosto anziano, che dopo aver letto in silenzio, la relazione della mia Via Crucis, mi guarda e subito quasi minacciosamente mi dice: "Apra la bocca", infila uno specchietto, "si, la vedo", poi mi rivolge lo sguardo, come se stesse per farmi una grande rivelazione: Vede, signor mio, questi medici moderni, ma secondo lei quando non c'erano le telecamere e le sondine con le pinze, le spine in gola non si toglievano"? e rivolgendosi alla sua assistente, un infermiera altrettanto anziana: "Forza prenda la garza!"
       Non ho il tempo di capire, che l'infermiera mi avvolge la lingua con la garza e tira verso il basso con una forza incredibile quasi me la volesse strappare, lui con decisione, con una mano reinfila in bocca lo specchietto con l'altra una pinza lunghissima, "Miseria, sto per vomitare, non resisto! Estirpata! Fatto! Sono libero! La spina è nelle mani del medico. L'Otorinocomediavolosichiama me la mostra, è lunga almena tre centimetri la maledetta!
Ringrazio e vado via!
       Oramai sono le tre del mattino, torno verso casa, la lingua mi fa male alla base della gola, l'infermiera ha tirato di brutto.
         Domani sera mi aspettano a cena due sgombri alla pizzaiola, questa battaglia l'ho vinta io, ma la guerra continua...

© Roberto Ardizzone


venerdì 14 aprile 2017

La donna delle pulizie


Dobbiamo parlare della nostra relazione, sono stanca, ti devi decidere!
Quando c'era tua figlia, io ero la donna delle pulizie, quella che gli veniva a lavare le mutande, capivo, e mi poteva pure stare bene, ora che tua figlia se n'è andata, non ci sto più, devi prendere una decisione.
Il  viso di lui aveva un espressione sorpresa, quasi sgomenta, come se non si aspettasse questa reazione, questa sfuriata, da  lei, che fino a quel momento aveva subito in silenzio; non sapeva cosa dirgli, a lui stava bene così, la casa pulita e ordinata e una bella scopata settimanale, e tutto ciò praticamente gratis, e adesso? Cosa voleva questa troia, forse pretendeva di essere trattata da moglie?
Senza proferire risposta, senza parlare, le girò le spalle e se ne andò!
Dopo qualche giorno, un auto pirata lo investì in pieno, sotto casa, ponendo fine alla sua vita. Nessuno vide!
La donna che era alla guida, aveva disegnato sulle labbra un sorriso cattivo e soddisfatto, mentre  lacrime abbondanti le solcavano le guance……..

© Roberto Ardizzone


venerdì 7 aprile 2017

Il bambino.


Io, bambino credo di esserlo rimasto per sempre, quantomeno in gran parte; 
mi piace tanto prendere in giro coloro che hanno voluto crescere in fretta e per forza dimenticando il bambino che ci dovrebbe essere in ognuno di noi, una sorta di "Sindrome di Peter Pan" alla rovescia, anche per questo mi piace scrivere storielle ironiche sui cosiddetti "adulti".
        La persona che amo, principalmente prendere in giro è me stesso:
        Avevo undici anni, primo giorno di medie, la scuola si trovava accanto una caserma di Vigili del Fuoco.
Mentre attendevo di entrare a scuola, sentii una campanella, molto più assordante di quella della scuola, erano i Vigili del Fuoco che uscivano dalla caserma con una autobotte a sirene spiegate, li osservai incuriosito e vidi l'autista che rideva come un matto e accanto a lui, quello che sarà stato il suo Capo Squadra, che rideva quanto e più di lui, mentre si allacciava un elmetto sotto il mento.
Mi chiesi: -Ma sono pazzi? Stanno recandosi probabilmente a rischiare la propria vita chissà dove e ridono!
Nooo! Io non farò mai il Vigile del Fuoco!
        Io, quella volta, quel bambino non volli ascoltarlo, e ho fatto il pompiere per trentasette anni!

© Roberto Ardizzone




martedì 4 aprile 2017

Serenata

       Una bellissima donna, un uomo che suona il violino, come non pensare ad una serenata.
        Io suono la chitarra, e dicono pure che ho una bella voce, ma a sessanta anni suonati a chi volete che importi,  allora per arrotondare la mia           modesta pensione faccio le serenate.
Si,  le serenate, sono tornate di moda.
       Lo sposo mi paga una cifra, il giorno prima del matrimonio la sorpresa, io vado sotto il balcone della sposa e gli suono il suo pezzo preferito, la ragazza si affaccia incuriosita e tutti ad applaudire commossi. Si tutti, perché lo sposo si porta dietro amici e parenti.  
      Ieri sera sono andato a farne una, arrivo li, suono il pezzo, tutti ad aspettare che si apra il balcone... ma, niente!
       Avrà il sonno duro pensiamo, ok ripetiamo il pezzo ci metto un po' più di impegno, finisco, niente!  Questa qua, non si sarà ubriacata, magari impaurita del passo che sta per fare?
         Lo rifaccio, alzo i toni, svegliamo tutto il vicinato, ma il balcone non si apre,  lo sposo guarda il balcone chiuso, preoccupato mi dice: vado al citofono e suono.
       Nel frattempo arriva una ferrari, con una coppia di giovani,  non guardano nemmeno la nostra comitiva di almeno quaranta persone, lei scende dall'auto dopo avere sparato un bacio in bocca al ragazzo alla guida, è molto  bella, vestita bene, solo un po' scarmigliata ed è... la futura sposa.
Scoppia un pandemonio, spintoni, parolacce irripetibili, botte da orbi tra i parenti,  mi allontano qualche metro per proteggere la chitarra, ci penso un attimo su, torno indietro, vado dallo sposo e gli dico: Io il mio lavoro l'ho fatto, sono 50 euro!

© Roberto Ardizzone